La Babele… nella testa

Una delle prime sfide che mi si è presentata una volta arrivata a Bruxelles è stata quella di togliere un (bel) po’ di ruggine al mio francese per potermela cavare nella vita di tutti i giorni in una città all’80% (circa) francofona.

Se è vero che in molti ambienti di lavoro legati alla Commissione e al Parlamento Europei, la lingua parlata è l’inglese, è anche vero che – specie nella Commune in cui abito – quasi dappertutto la lingua parlata è il francese e che, negozi del centro città a parte, spesso mi è capitato di sentirmi ripondere “spiacente, non parlo inglese”. Ergo, o il francese lo parli o lo parli…

Per molto tempo sono stata ospite, fino quasi a diventarne “membro onorario” di una mia amica e della sua famiglia. Le lingue parlate in casa: italiano (lei ed io, lei e suo figlio, lei e il marito quando alcuni concetti dovevano essere ben chiari all’interlocutore ), inglese (il figlio soprattutto, lei e il marito in quanto lingua franca della relazione coniugale) e da ultimo lo spagnolo (marito e figlio, lei e il marito per lo stesso identico motivo legato all’uso dell’italiano: chiarezza).

Va da sé che – soprattutto nei primi mesi – avendo ancora un vocabolario un po’ risicato e avendo di conseguenza poche occasioni (e cercandone anche poche) di parlare francese, i cassetti mentali con le etichette “italiano” ed “English” fossero quelli aperti con più frequenza.

Nel frattempo, ho avuto l’opportunità di rinfrescare il mio spagnolo in forma del tutto passiva: ascoltando le conversazioni padre/figlio e marito/moglie a casa della mia amica. Ora sono in grado di nuovo di leggere capendo il senso generale e riesco anche a dire pochissime e semplicissime frasi non prive di qualche errore dato che lo studio dello spagnolo – le sole basi – per me risale a circa venti anni fa…

A gennaio 2015 ho iniziato due corsi di lingua: uno di francese avanzato (non avevo poi perso tutto) e uno di olandese con lo scopo di integrarmi al meglio e, in un futuro che spero molto prossimo, adoperare entrambe le lingue anche a livello professionale.

Qui vorrei aprire una parentesi breve e, spero, divertente sui mai che non avrei mai dovuto dire:

  1. “Tanto il francese non mi servirà mai (e infatti mi sono trasferita in un paese in parte francofono!)
  2. “Mamma che brutta lingua! Non potrei mai imparare una lingua così!” (Dopo aver ascoltato una ormai ex-collega parlare nella sua lingua madre: l’olandese che adesso sto studiando…)

La situazione attuale è la seguente: 

  • l’italiano lo parlo al telefono con mia madre e mia sorella e con gli altri italiani che conosco qui a Bruxelles;
  • Il francese pressoché ovunque;
  • L’olandese lo parlo, lo scrivo e lo ascolto per lo più a scuola (anche se non disdegno guardare la TV in olandese per allenare l’orecchio);
  • L’inglese lo parlo con tutti coloro con i quali è più semplice parlare inglese.

Da qualche settimana però… sta accadendo qualcosa di inaspettato: penso direttamente in lingua! (Francese, of course!)

Ma sta capitando anche qualcosa che non avrei voluto mi capitasse: perdo vocabolario e sintassi italiani (a volte me ne esco con degli autentici strafalcioni) e mischio allegramente più lingue in una stessa frase. Amici che ci sono già passati dicono che sia normale ma… a me sinceramente sembra di avere una Babele nella testa!!!

Ciao 2015 e…

grazie.

Ciao 2015,

Tra poche ore sarai terminato e porterai con te un bel po’ di avvenimenti e di cambiamenti che hai portato nella mia vita, in quella della mia famiglia e di altre persone che conosco.

Te ne vai con diverse persone care di meno: mio padre, il suo amico Matteo, Fabrizio Cosi e molte altre persone di cui non conosco il nome ma che hanno merito e dignità di essere ricordate perché hanno inciso nella vita dei loro cari. Erano figli, figlie, madri, padri, sorelle, fratelli, mogli, mariti, zii, zie, nonne, nonni… Erano cattolici, cristiani, musulmani o ebrei. 

Mio padre, Matteo e Fabrizio sono morti per una malattia, gli altri in nome di un ideale distorto togliendo la vita a molti innocenti.

Se dovessi fermarmi a quello chei hai portato via, sarei ingiusta nei tuoi confronti caro 2015. Perché se proprio devo fare il bilancio di fine anno, mi ritrovo a doverti ringraziare per tutto quello che è arrivato e per tutto quello che ho imparato (a vari livelli) e non è poco.

Ho una casa mia ora, progetti che stanno cominciando a prendere forma, una lucidità che non pensavo di avere; sto cominciando a conciliare aspetti della mia vita e abilità personali che prima sembravano incoerenti e invece ora hanno un senso e stanno diventando le mie radici e anche nuovi rami; ho recuperato i rapporti con la mia tribù di cugini e ci sto bene, ora la prima cosa che guardo al mattino è la chat di WhatsApp che ci riunisce perché il ‘bonsciur’ di Marcella, i saluti di Alice, Cristina o le vignette di Alessandra per me sono imperdibili. Non se ne abbiano gli altri che non ho citato, ci siete comunque nel mio cuore e nei miei pensieri, il fatto è che siamo tanti. 

La mia vita è cambiata caro 2015 e in parte lo devo a me stessa, alle scelte che ho fatto e – in buona parte – lo devo anche a te: alle persone che mi hai fatto incontrare, a quelle che mi hai tolto (la cui mancanza mi ha costretta ad attingere a risorse che non avevo ancora utilizzato e che mi ha fatto scoprire energie e risorse che non sapevo/credevo di avere), agli avvenimenti piccoli e grandi che si sono succeduti e che mi hanno toccata direttamente o indirettamente più o meno nel profondo.

Mi sento decisamente diversa dalla Elena di fine 2014 e non è poco.

Ora aspetto che arrivi tuo fratello minore, il 2016. Spero che sia un po’ più clemente e non mi porti via altre persone care, per il resto, sono curiosa di conoscere le nuove persone che mi porterai e di vivere le nuove esperienze che mi sono riservate.

E voi, per cosa ringraziate il 2015?

Questione di priorità

Un paio di settimane fa sono stata contattata via email da una persona che aveva visitato il mio profilo su LinkedIn (da aggiornare) e che si era fatta poi un giretto su questo sito/blog.

Si trattava di un esperto di personal branding per coach e – a sua volta –  aspirante life coach. Mi ha proposto il restyling di questo sito/blog perché lo trovava “vecchiotto” e poco attraente in termini di richiamo di possibili clienti. Allegava il link a un sito di una collega coach mediorientale a cui aveva messo mano. Sono andata a visitare quel sito ed ecco le mie impressioni:

  • trasmetteva professionalità
  • era “aggressivo”ed impersonale allo stesso tempo
  • aveva una galleria infinita di certificazioni e di link ad associazioni internazionali e locali – anche ICF di cui anche io sono socia – che, in qualche modo, intimidiva.

Non sapendo cosa rispondere – lì per lì – ho soprasseduto. Una settimana dopo, mi ha ricontattato per sapere se avessi ricevuto la sua email e cosa ne pensavo del suo lavoro. Gli ho risposto dandogli, oltre alle mie impressioni, anche dei suggerimenti – un po’ piccati lo ammetto – che possono essere utili a chiunque abbia una professione come la sua che investe sulla relazione esperto-venditore/cliente.

Sostanzialmente, la mia risposta diceva:

  • l’aspetto che ho dato al mio sito non mi dispiace e la formula del blog per me è più colloquiale di un sito/vetrina molto impattante e professionale, ma anche molto impersonale;
  • se si fanno domande aperte è facile che la gente si senta più incoraggiata a rispondere;
  • visitare il profilo di LinkedIn di qualcuno che non si conosce di persona, può fornire un’idea sul background di questa ma – raramente – ne traccia la personalità;
  • se – invece di seguire la propria agenda e i  propri voli pindarici – si cerca di capire chi è l’interlocutore (attraverso le domande), magari si riesce a dare alla persona ciò di cui ha realmente bisogno;
  • l’empatia verso la persona che si contatta è la chiave di volta.

La risposta del mio interlocutore non si è fatta attendere: ho beneficiato di una lezione/sermoncino sulla brand identity e sull’importanza di aggiornare il blog con più frequenza perché – insomma – otto mesi senza scrivere sono un po’ tanti e l’immagine ne risente…

Non ci ho visto più. La prima risposta, mentale, è stata: – “e chissenefrega?” Poi, con molta calma ho dato voce alla mia rabbia sorda e ho scritto una email che penso rimarrà negli annali degli “Elena dixit” come un mio amico definì una volta certe mie uscite che non ammettono replica.

“Quello che scrive, sull’aggiornare con regolarità un blog è vero. In teoria. La vita a volte richiede tutti i nostri sforzi, le nostre attenzioni ed energie. Come ad esempio, la malattia molto grave di un genitore che porta alla morte… Questo è uno di quei casi, anzi, il mio caso. Mio padre ha cominciato a stare male otto mesi fa, in seguito gli è stato diagnosticato un cancro allo stomaco all’ultimo stadio. Mio padre è morto il 7 luglio a 78 anni. Può ben immaginare – a questo punto – che aggiornare il blog fosse l’ultima delle mie priorità.”

Mi piace scrivere e non è che non sentissi il bisogno di scrivere, anzi. Ma ero bloccata. Anche dal pudore nei confronti di mio padre, dal rispetto per la sua malattia e per il suo desiderio di privacy. Ho scritto su carta. Qualche volta ho mollato dopo qualche rigo anche lì.

Ci ho provato a scrivere dei post. Sono rimasti nelle bozze e – forse – ci resteranno. Le mie priorità erano altre. La vita va ben oltre la presenza digitale. Va vissuta, giorno per giorno. Quello che si vede sul web è il riflesso infinitesimale di quello che la vita reale è.

Stavo apprendendo una grandissima lezione di vita, ci sono ancora dentro, cos’altro avrei dovuto fare? Ci sono stata dentro tutta adoperando l’unico sistema di sopravvivenza che per me funziona in questi casi: quando ci sono emozioni che scavano nel profondo, quando devo attraversare il dolore, mi chiudo. Cerco il silenzio.

Quello degli ultimi otto mesi è stato un dolore lancinante, profondo. Aggravato dalla lontananza, dalla fatica di sentirmi impotente e dalle difficoltà di tracciare la mia strada qui a Bruxelles.

Soffro ancora, sarà così ancora per un po’ – credo – ma mi è tornata la voglia di scrivere. Non solo sul blog. Non è tra le prime priorità, ma c’è.

Cronaca di una crisi gestita con successo

Premessa

Da metà novembre sto facendo la “pendolare” da Bruxelles a Milano. Avevo delle situazioni ancora da chiudere, lo sto facendo. Ogni due settimane circa ho preso l’aereo da Zaventem (dove si trova l’aeroporto internazionale) e sono atterrata a Malpensa. Per ben due volte nel bel mezzo di uno sciopero. La prima a novembre, la seconda – a dicembre – in pieno sciopero generale. Sì, proprio quello di venerdì 12 dicembre.

Questa è la cronaca di un volo – EZY2796 – che non avrebbe dovuto partire se non dopo le 17:00 sebbene previsto in partenza alle 9:10 da Bruxelles. E’ anche la storia di un brillante esempio di gestione della crisi, comunicazione efficace e leadership.

E ora i fatti

Andiamo a incominciare…

Venerdì scorso sono arrivata a Zaventem con un certo anticipo perché volevo passare i controlli senza problemi sebbene avessi solo il bagaglio a mano.

Passati i controlli, sono andata al cancello d’imbarco. Davanti alla postazione EasyJet c’era una coda lunghissima. Mentre ero in fila, ho trascorso un po’ di tempo parlando con un ragazzo siciliano che era stato in Danimarca prima e in Thailandia poi, che – nonostante la giovane età – era già sfiduciato della situazione politica italiana e sperava di poter ripartire presto per altri lidi. A un certo punto, il lungo serpentone che si era formato ha cominciato ad avanzare. E’ toccato a me e finalmente mi sono trovata, insieme agli altri passeggeri, ancora in coda davanti alla porta che dà accesso alle navette. Ma di navette, per un tempo che mi è sembrato interminabile, non se ne sono viste. Intanto tutti gli altri voli venivano chiamati, mentre noi ricevevamo messaggi in cui ci si scusava per il ritardo senza che ci venisse fornita alcuna spiegazione…

Il tempo passava e io pensavo allo sciopero, dichiarato – per i controllori di volo – dalle 10:00 alle 18:00… l’avvicinarsi dell’orario fatidico non mi faceva stare tranquilla. Proprio per niente. Ciò nonostante, alla fine le navette sono arrivate, siamo saliti sull’aereo e tutti i passeggeri hanno preso posto.

Lo steward responsabile del team degli assistenti di volo ci ha dato il benvenuto e si è scusato per il ritardo con cui eravamo stati imbarcati. Fin lì, niente di nuovo e niente di eclatante.

Finché…

Finché, mentre stavo leggendo la rivista di bordo, una voce maschile ha detto in inglese: “Good morning, this is the Captain of flight 2796. My crew and I welcome you on board of our flight. We have a problem that we are trying to solve. (a quel punto ho alzato la testa e ho ascoltato attentamente ogni singola parola… ho deciso di mettere in grassetto quelle che – a mio avviso – sono state le parole chiave di tutto il discorso) As you may know, and if you don’t know I inform you now, in Italy there is a strike of air-traffic controllers that will start in minutes (erano quasi le 10:00) and here in Brussels the airport authorities suggested to delay timing for departure at 5:00 p.m. We called our headquarter in London to ask for their help in negotiating the opening of flight space and obtain the permission for landing at Malpensa. The only way we had to make this happen, was to have on board all of you first, and then ask for the permission in Italy. I can’t assure that the negotiation will be successful as the final decision is up to the Italians air-traffic controllers’ hands, but I assure you that we are making our best to leave and arrive to our destination. I ask you therefore, to stay seated for half an hour here in our company. Within half of an hour, we will be able to tell you whether we will leave or we have to wait until 5:00 p.m. Those who want to leave the aircraft are free to do so, as we don’t want you to feel obliged to stay with us. I will answer your questions if you have any.” 

Poi, ha ripetuto il messaggio in italiano.

Ciò che ho trovato straordinario in quello che è successo è che:

  • il Comandante ha dato l’avviso di persona, alzandosi dalla cabina di pilotaggio e usando l’interfono che di solito usano gli assistenti di volo;
  • ha comunicato in modo semplice e diretto il problema e le possibili soluzioni;
  • ha aperto al dialogo coi passeggeri;
  • ha usato una certa levità e un certo umorismo trattando comunque i suoi interlocutori col massimo rispetto;
  • ci sorrideva e ha guardato alcuni di noi negli occhi;
  • è stato con noi per tutta la mezz’ora di attesa;
  • ci ha messo la faccia.

Dopo mezz’ora, da bravo svizzero (ci ha anche comunicato la sua nazionalità) ci ha dato la notizia che tutti speravamo arrivasse: Malpensa aveva dato l’ok all’apertura di un corridoio aereo.

Quattro passeggeri, in quella mezz’ora di ulteriore attesa, hanno scelto di scendere dall’aereo. Alcuni avevano perso una coincidenza, altri avevano mancato ad una riunione o a un impegno con un orario molto preciso.

Una volta che tutti sono scesi ed è stata sbarcata una valigia dalla stiva, siamo partiti.

Durante la mezz’ora di attesa, non un passeggero si è lamentato o ha fatto polemica. Credo che lo stupore per una tale trasparenza nella comunicazione, per la gentilezza e l’apertura con cui è stato gestito il momento fosse tale da far desistere chiunque dal recriminare.

Il nostro aereo è atterrato al Terminal 2 di Malpensa intorno alle 12:00. Abbiamo fatto il percorso a ritroso (dalle partenze agli arrivi) e abbiamo attraversato un aeroporto avvolto in un’atmosfera irreale in cui c’erano i negozi aperti, i bar con qualche cliente e nessun altro.

E’ da venerdì 12 dicembre che penso a questo post. Venerdì 12 dicembre ho avuto il piacere di constatare di persona che – quando si hanno le capacità di leadership nonché gli strumenti comunicativi per farlo – si può gestire una crisi con eleganza e successo.

Penso che se la trattativa non fosse andata in porto, magari avrei sospirato e ci sarei rimasta male a dover scendere dall’aereo per ritornarci alle 17:00, ma sarei stata grata al comandante per averci provato comunque.

Mi piacerebbe poter raccontare altre storie come questa.

E spero proprio di incontrare nuovamente quel comandante domenica 21 quando partirò nuovamente per l’Italia per trascorrere il periodo natalizio con la mia famiglia e i miei amici.

 

La mia mezza (maratona) “nonostante”

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La mia medaglia da finisher

 

Domenica 19 ottobre ho corso la mia seconda mezza maratona ad Amsterdam.

Era tanto che volevo andare in Olanda ed era tanto che desideravo visitare Amsterdam. Avevo otto o dieci anni – non ricordo con precisione – e i miei genitori mi hanno regalato “Pattini d’argento” di Mary Mapes Dodge e da lì ho cominciato a sognare il paese dei mulini a vento e dei canali.

Una volta trasferita qui a Bruxelles ho messo in atto un progetto che covavo da mesi e che mi “rincorreva” da tre anni: essere ad Amsterdam a correre la Mizuno Half Marathon (o Halve Marathon in olandese). Prima di lasciare l’Italia il progetto era ben più ambizioso: correre la maratona. La famosa TCS Asterdam Maraton

Non avevo fatto però i conti con quello che il trasferimento da un Paese ad un altro comporta: l’ambientarsi in una nuova realtà con tutte le implicazioni del caso (la ricerca di lavoro, le pratiche burocratiche per la residenza e altre amenità…); il cercare il “dove” allenarsi (strada o parco?); capire “come” allenarsi senza farsi male, adeguandomi ad una città per nulla pianeggiante (con dislivelli inferiori a quelli di Lisbona, ma non per questo trascurabili) e marciapiedi in pendenza. Mi sono detta:- “bene, le continue salite e discese mi renderanno più veloce in pianura…” Vero. Fino a un certo punto.

Aggiungiamo un’estate un po’ movimentata sotto molti aspetti che ha visto in alcuni momenti la mia determinazione vacillare con grandi punti di domanda. Il più importante di tutti: “cosa farò davvero da grande?”

Bene, con tutto questo calderone, allenandomi in modo non proprio costante e dimentica di quanto mi aveva scritto una volta Fabrizio Cosi (sì proprio lui, Mr. Podisti da Marte in persona) e cioè che la corsa, la maratona – e anche la mezza maratona – è uno “sport per secchioni: riesci se fai tutti i compiti” (vale a dire: solo se ti alleni regolarmente e segui la tabella e tutto il resto, ottieni risultati); sabato 18 sono arrivata ad Amsterdam.

E qui comincia il racconto della mia mezza “nonostante“.

L’ho fatta tutta: 21,01 km come da programma. Nonostante:
la gamba sinistra che da giorni mi regalava dolori e problemi qua e là (giusto per non farmi mancare niente);
la consapevolezza di avere alle spalle un allenamento “così, così”;
un tempo che da caldo e soleggiato il sabato, si è tramutato in ventoso, grigio, piovoso e caldo la domenica verso l’ora di inizio della mezza;
i miei demoni e il costante litigio tra mente e corpo (con la domanda di prassi che tutti si fanno: “ma chi me l’ha fatto fare?!?”);
le mani che al 16º km hanno cominciato al lievitare e al 20º somigliavano più a due vassoi con dieci hot dog al posto delle dita.

Il tempo limite era tre ore. Io l’ho fatta in 3:04:25 e dopo di me avevo almeno altre tre o quattro persone.

Sono arrivata in fondo perché dopo qualche centinaio di metri fatto camminando, l’impulso di correre e camminare è stato più forte di me e ho dato retta al mio Garmin che dettava gli intervalli;
perché a mano a mano che correvo il dolore alla gamba sinistra si è alleviato (specie quando facevo il passo strisciato);
perché quando ho visto che avevo percorso i primi 5 km mi sono detta:- “vediamo se arrivo a farne 10”;
perché stimolata dalla competizione;
perché quando i km sono diventati 10 e poi 15, mi sono detta vediamo se riusciamo a fare gli altri 6… e quando ho visto l’indicazione del 15º km quasi non riuscivo a crederci e mi sono commossa;
perché ho individuato il mio “superhero” (e anche il mio “elastico”): un ragazzo indiano che aveva problemi ben peggiori dei miei e che ho visto correre in pantaloni normali fino al 16º km quando – credo – si è arreso zoppicando e si è fatto superare da me applaudendomi e dicendomi:- “you made it! Go! Go! Go!”
perché nonostante il dolore, i gremlins e la tentazione (fino al 20º km) di mollare non l’ho fatto;
perché ho trovato lungo il percorso degli “angeli” – letteralmente – che mi hanno incitata e presa per mano quando pensavo di aver consumato tutte le energie, correndo con me, bagnandomi le palme delle mani per permettermi di piegare le dita, persino quando blateravo di non farcela più a 500 m dal traguardo… (no comment!);
perché sono stata affiancata per un lungo tratto da una poliziotta in motocicletta davvero simpatica che mi ha distratta dai miei pensieri e alla quale sono grata;
perché volevo finirla.

Sono entrata nell’Olimpyc Stadion corricchiando insieme ad una degli “angeli”; passato l’ingresso ho camminato un pochino, ho visto una ragazza davanti a me e… non so cosa mi sia preso ma… ho raccolto tutte le ultime forze e ho corso. In continuata fino alla linea del traguardo con lo speaker che diceva: “and last… Maria Elena Casti from Belgium”. Ma non ero l’ultima. E sentire “from Belgium” mi ha fatto un certo effetto…

Ho ritirato la mia medaglia da finisher e ho cominciato a camminare verso la metropolitana alla volta dell’albergo per poi tornare a casa.

Sono a casa, sono viva, sto bene e… sto pensando di preparare la mia terza mezza maratona. Sì, perché la mia mezza “nonostante” mi ha insegnato molto su di me. Perché non mi sono mai sentita più viva, grata e felice di quando sono arrivata al traguardo e mi sono detta:- “ce l’ho fatta. L’ho portata a casa, sono viva, sono intera e sto bene. Nonostante…”

Cambio di vita

Lo scorso 26 giugno ho messo in atto la parte finale di una prima fase di un progetto enorme: un cambio radicale di vita. Mi sono trasferita a Bruxelles. L’ho fatto con un biglietto di sola andata.

“Perché Bruxelles?”, mi hanno chiesto in tanti. Ho invariabilmente risposto: “perché no?” Tutto è cominciato lo scorso anno con un mese qui, ospite di un’amica che mi ha ceduto casa in cambio di house-sitting e cat-sitting. Di Bruxelles conoscevo solo la Grand Place, per il resto… tabula rasa. Il Belgio era per me, come credo per diversi connazionali, un enorme punto di domanda.

Poi sono arrivata qui e… cominciando a esplorare il territorio ho scoperto che ci sono moltissimi edifici art-nouveau ancora integri, che c’è il Musée Magritte (il papà del surrealismo è belga), che i belgi sanno come rilassarsi, che Bruxelles è una città viva e molto attiva culturalmente e piena di espatriati arrivati qui grazie alla Comunità Europea e grazie al fatto che a Bruxelles e in alcune altre città delle Fiandre ci sono le sedi di importanti multinazionali. Ho scoperto anche che è la patria del fumetto: lo sapevate che qui c’è  il “Musée de la bande dessinée” (museo del fumetto) e che i fumetti più divertenti sono stati creati da artisti belgi? Per citarne alcuni tra i più conosciuti: Asterix, Gaston, Tin Tin, Lucky Luke, Barbapapà, i Puffi…

Ho scoperto anche che ai belgi piace mangiare bene e che ci sono diversi posti in cui poterlo fare. In alcuni ristoranti e locali bisogna essere disposti a mettere mano al portafogli ma ne vale la pena in termini di rapporto qualità/prezzo.

La scoperta più interessante però, l’ho fatta rispetto alle politiche del lavoro e di riqualificazione: qui il concetto di formazione permanente è una realtà. Per qualunque professione. Non solo, sono molti gli istituti che offrono – a tutti i livelli e a tutte le età – opportunità per potersi ripensare a livello professionale. Era quello che cercavo, quello di cui avevo bisogno.

Quando sono tornata a casa, da settembre ho iniziato a pensare alla possibilità di trasferirmi qui in pianta stabile; a creare un progetto e ho cercato e trovato un coach. A Bruxelles ci sono tornata in altri periodi dell’anno: a settembre 2013, a novembre e poi a febbraio di quest’anno. Tutte le volte sono tornata in Italia con sensazioni diverse e una maggiore consapevolezza rispetto a quanto sperimentavo ogni volta di Bruxelles e del Belgio, ma con la medesima impressione: qui mi sentivo e mi sento a casa.

Il 28 febbraio ho acquistato il biglietto di sola andata. Dal 1° luglio sono registrata presso il Comune di Uccle, parte di Bruxelles Région-Capitale e ora sto cercando lavoro. Ancora non sono riuscita a definirmi esattamente da un punto di vista di “personal branding” per potermi “rivendere” qui; ho accumulato diverse esperienze, alcune di queste apparentemente in contraddizione ma tutte con un unico filo conduttore: far star bene le persone e aiutarle ad esprimere il loro potenziale. Poco importa che lo abbia fatto nella veste di Coach, Mentor, Local Consultant aiutando diversi stranieri a inserirsi in Italia, da HR Assistant, Office Manager o Personal Assistant.

Le persone per me erano e sono al centro. Riuscirò a farlo capire ai miei interlocutori qui?